La riforma della legge Fornero, tanto discussa, si è tradotta in una mera conferma delle misure di flessibilità già esistenti
L’ambizione di portare le pensioni minime a 1.000 euro, lanciata da Silvio Berlusconi durante la campagna elettorale, sembra ormai un lontano ricordo. Nonostante gli sforzi di Forza Italia di mantenere viva questa promessa anche dopo la scomparsa dell’ex Cavaliere, le proposte ambiziose relative alle pensioni si sono progressivamente affievolite. La riforma della legge Fornero, tanto discussa, si è tradotta in una mera conferma delle misure di flessibilità già esistenti. In questo contesto, l’aumento previsto per le pensioni minime appare deludente: solo 3 euro in più al mese rispetto all’attuale situazione.
Nonostante il modesto incremento immediato, il governo ha delineato un piano per gli “aumenti” futuri delle pensioni minime fino al 2026. Attualmente, l’importo è salito a 614,77 euro mensili grazie soprattutto alla rivalutazione automatica annuale basata sull’inflazione. Quest’ultima ha garantito un aumento significativo negli ultimi due anni: +8,1% nel 2023 e +5,4% quest’anno.
Tuttavia, il contributo diretto del governo Meloni si limita a un riconoscimento di un ulteriore aumento del 2,7%, portando così l’importo massimo della pensione minima a poco più di 614 euro.
Guardando al futuro prossimo, la situazione non sembra destinata a migliorare significativamente. Per il 2025 è prevista una rivalutazione dell’1%, che porterà l’importo della pensione minima a circa 604 euro mensili; con l’applicazione della rivalutazione straordinaria ridotta al 2,2%, si raggiungerà appena i 617 euro mensili – solamente tre euro in più rispetto all’anno precedente.
Il quadro diventa ancora meno incoraggiante per il 2026: con una possibile rivalutazione inferiore all’1% e un aumento straordinario previsto dall’ultima legge di Bilancio ridotto all’1,3%, ci aspettiamo che l’aumento sia praticamente nullo o addirittura negativo in caso di inflazione particolarmente bassa.
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