Negli ultimi anni, il numero di dirigenti nel terziario italiano è aumentato di quasi il 4% ogni anno. È un segnale chiaro di una crescita che, in un settore che contribuisce per quasi il 60% al PIL nazionale, non si può ignorare. Eppure, dietro a questo dato si nasconde un fatto curioso: nelle piccole e medie imprese, quasi due su tre continuano a essere guidate direttamente dall’imprenditore, senza un manager a capo. Una realtà che parla molto delle scelte imprenditoriali e delle dinamiche che ancora caratterizzano il cuore pulsante dell’economia italiana.
Il terziario resta il cuore pulsante dell’economia italiana, con quasi il 60% del PIL prodotto proprio da questo settore. Nel corso dell’ultimo anno, il suo ruolo si è rafforzato ulteriormente, spinto da comparti come commercio, servizi alle imprese, finanza e turismo. Questi ambiti non solo mantengono una buona solidità, ma attraggono anche nuovi profili professionali, in particolare dirigenti.
L’aumento di manager qualificati è un segnale chiaro di un’attenzione crescente verso competenze e gestione aziendale. Questo circolo virtuoso si traduce spesso in risultati migliori e in una maggiore capacità di adattarsi ai continui cambiamenti del mercato globale. Le aziende meglio organizzate riescono infatti a competere con più efficacia e a elaborare strategie più articolate. Tuttavia, il gap tra grandi realtà e PMI in termini di struttura dirigenziale resta marcato.
Le piccole e medie imprese, pilastro dell’economia italiana, hanno una caratteristica ben precisa: circa il 65% di loro non ha ancora inserito un dirigente esterno o una figura manageriale diversa dall’imprenditore. Nonostante i cambiamenti, anche nel 2024 il proprietario resta quasi sempre il cuore della gestione e delle decisioni.
Dietro questa scelta ci sono diversi motivi: la dimensione ridotta dell’azienda, la difficoltà a trovare manager specializzati, o la volontà di mantenere il controllo in famiglia. Questa situazione porta spesso a una governance meno strutturata, con effetti diversi sulla competitività. Per alcune imprese è un vantaggio: identità forte e decisioni rapide. Per altre, invece, può essere un limite, soprattutto quando si tratta di crescere o di aprirsi a mercati più complessi.
Nonostante il ruolo centrale dell’imprenditore nelle PMI, il dato più interessante resta la crescita dei dirigenti nel settore terziario, tra il 3 e il 4% all’anno. A guidare questa tendenza sono soprattutto le imprese più grandi o in fase di espansione, che ricorrono a manager esterni o figure specializzate per ruoli chiave.
Questa trasformazione non riguarda solo le grandi città: anche in aree più piccole, dove i servizi sono un pilastro dell’economia locale, la presenza di dirigenti sta aumentando. La loro presenza aiuta a mettere a fuoco strategie più attente a sostenibilità, innovazione e digitalizzazione, elementi fondamentali per competere a livello internazionale e rispondere alle nuove esigenze del mercato.
Il passaggio a una leadership più manageriale indica un cambiamento vero nella gestione aziendale, con potenziali ricadute positive non solo sui risultati economici, ma anche sull’occupazione e sul valore sociale. È un passo avanti verso una modernizzazione necessaria, in un mondo in continua evoluzione.
Nonostante i segnali positivi, resta evidente la difficoltà delle PMI a far entrare manager esterni. Le ragioni sono diverse e spesso si intrecciano. Prima di tutto, assumere un dirigente è un costo significativo per molte piccole aziende, che limita la scelta a chi è strettamente indispensabile.
Poi c’è una resistenza culturale forte: in molti casi, separare la proprietà dalla gestione è visto come una perdita di controllo, soprattutto in realtà familiari o tradizionali. L’imprenditore si sente legato emotivamente all’azienda e fatica a cedere il timone a un estraneo.
Infine, non sempre l’offerta di manager con competenze adatte al terziario è sufficiente, specie nelle zone meno servite. La domanda di figure qualificate deve fare i conti con una disponibilità limitata di talenti, soprattutto nei settori dei servizi commerciali e del turismo.
Tutto questo rallenta l’ingresso di una leadership più strutturata nelle PMI e accentua la divisione tra aziende ben organizzate e quelle ancora “a guida unica”. Resta però aperta una finestra di opportunità, proprio grazie alla crescita costante dei dirigenti da tenere d’occhio nel corso dell’anno.
A metà 2024, il quadro è chiaro: il settore terziario è in movimento, con passi avanti ma anche ostacoli da superare. La presenza sempre più diffusa di dirigenti risponde a esigenze concrete di efficienza e governance moderna. La competizione e i cambiamenti economici impongono alle aziende di essere pronte a innovare e reagire.
Le imprese che hanno investito in figure manageriali stanno gettando le basi per crescere e affrontare sfide più complesse. Ma serve anche lavorare sulla cultura manageriale nelle PMI, offrendo strumenti concreti per integrare competenze esterne e superare le resistenze.
In questo senso, politiche di sostegno e formazione per i piccoli imprenditori possono giocare un ruolo decisivo. La modernizzazione del terziario italiano dipenderà da un equilibrio tra risorse, competenze e apertura al cambiamento. Il 2024 sarà un anno cruciale per capire quanto la governance influirà sul futuro di questo settore strategico per il Paese.
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