«Le informazioni non possono sparire nel nulla». È questo il principio che da decenni tormenta i fisici impegnati a capire cosa succede davvero quando un buco nero si spegne. Questi corpi misteriosi — una volta inghiottita tutta la materia attorno a sé — sembrano svanire, ma la meccanica quantistica insiste: qualcosa deve restare. Il paradosso dell’informazione nasce proprio da questo scontro tra le leggi quantistiche e la fisica classica. Ora, un nuovo modello teorico, che si addentra fino a sette dimensioni e si ispira alla teoria di Einstein-Cartan, tenta di squarciare il velo su quegli ultimi, oscuri momenti della vita di un buco nero.
Il paradosso nasce proprio dal conflitto tra due grandi teorie: la meccanica quantistica e la relatività generale. Secondo Hawking, i buchi neri emettono radiazioni che li fanno evaporare lentamente fino a farli sparire. Il problema è capire che fine fanno le informazioni sulla materia inghiottita. La fisica quantistica dice che non si possono cancellare, ma le teorie tradizionali sembrano mostrare che con la scomparsa del buco nero queste informazioni spariscono nel nulla. Un bel pasticcio, che ha lasciato i fisici a mani vuote per decenni.
Le ultime ricerche cercano di colmare questa lacuna. Invece di pensare che i buchi neri finiscano dissolvendosi, si ipotizza che abbiano un destino diverso. Forze e strutture nuove, che si attivano in condizioni estreme mai viste direttamente ma che la matematica suggerisce, potrebbero cambiarne la fine.
La teoria di Einstein-Cartan amplia la relatività generale introducendo la torsione dello spaziotempo. In situazioni normali è un effetto trascurabile, ma dentro un buco nero, dove la densità è enorme, diventa fondamentale. La torsione genera una forza che contrasta il collasso gravitazionale, impedendo al buco nero di schiacciarsi fino a un punto di densità infinita.
In pratica, la torsione fa da freno, mantenendo una struttura interna più complessa e evitando la distruzione totale. L’evaporazione di Hawking non sarebbe quindi la fine definitiva, ma solo una fase di trasformazione. Così le informazioni inghiottite potrebbero salvarsi in questa nuova configurazione, alleggerendo il peso del paradosso.
Il salto a sette dimensioni aggiunge un altro livello: oltre alle quattro dimensioni che conosciamo, ce ne sarebbero altre che offrono nuovi spazi dove lo spaziotempo può “giocare”. Queste dimensioni extra potrebbero custodire le informazioni del buco nero, magari in forme diverse, ma senza perderle del tutto.
Se questa teoria a sette dimensioni e con torsione trovasse conferma, si aprirebbe una nuova era per la fisica teorica. Potremmo finalmente mettere d’accordo meccanica quantistica e relatività generale, due mondi che finora sembrano incompatibili proprio nel cuore dei buchi neri.
Capire che i buchi neri non sono semplici punti di non ritorno, ma sistemi dinamici che conservano e trasformano informazioni, cambierebbe non solo il nostro modo di vederli, ma anche la comprensione dell’universo primordiale, della formazione delle galassie, e della natura stessa della materia e dell’energia.
Questa strada è ancora tutta da esplorare, fatta di equazioni e simulazioni che provano a descrivere realtà impossibili da osservare direttamente. Manca ancora una prova sperimentale, ma il percorso è tracciato: uno dei misteri più grandi della fisica moderna potrebbe finalmente trovare una spiegazione, aprendo la porta a nuovi esperimenti e scoperte in astrofisica e oltre.
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