Nel 2025, l’Italia conta più lavoratori rispetto al 2019, ma produce meno per ognuno di loro. È un paradosso che pesa sull’economia: più addetti, ma una produttività in calo. Dietro questi numeri, c’è un mercato del lavoro che fatica a tenere il passo con i cambiamenti. Cerved ha scovato tendenze che raccontano di un equilibrio precario, in un periodo segnato da tensioni internazionali e rivoluzioni tecnologiche. Il quadro non è semplice, e i segnali vanno letti con attenzione.
Secondo Cerved, il numero di persone attive nel mercato del lavoro è cresciuto nel periodo considerato. Dietro a questo incremento ci sono diversi fattori: il rimbalzo economico dopo la pandemia, nuove assunzioni in settori strategici e un leggero aumento della partecipazione femminile.
Anche l’allungamento della vita lavorativa e alcune riforme previdenziali hanno spinto molte persone più avanti con l’età a restare occupate. Ma il problema demografico resta importante: la popolazione che lavora sta invecchiando, mentre i giovani fanno fatica a inserirsi con decisione nel mondo del lavoro, rallentando innovazione e slancio delle imprese.
Non solo età, però. Cresce anche la presenza di lavoratori impiegati in ruoli poco qualificati o a bassa specializzazione. Questo influisce sulla natura stessa del lavoro e sulla produttività complessiva delle aziende italiane. In pratica, più occupati non significa automaticamente più efficienza o competitività.
Nonostante il numero di occupati sia salito, la produttività per lavoratore ha subito una battuta d’arresto. Dietro a questo calo ci sono diversi motivi. Molte nuove assunzioni riguardano settori con scarse possibilità di crescita o poco innovativi.
La trasformazione digitale è in corso, ma non ha ancora portato a un vero salto nella produttività media. Anzi, spesso la formazione e l’adattamento richiesti pesano sulla resa immediata.
In più, la pressione a contenere i costi spinge a mantenere salari bassi e a una gestione delle risorse umane poco efficace. La frammentazione produttiva, con tante piccole e medie imprese che faticano a investire e innovare, rallenta ulteriormente i miglioramenti.
Infine, l’incertezza economica legata a eventi geopolitici e ai mercati energetici crea un clima di incertezza che frena le decisioni di sviluppo. Tutti questi fattori pesano sulla produttività media dei lavoratori e sulle prospettive di crescita.
Per invertire la rotta, il mercato del lavoro italiano dovrà affrontare diverse sfide. La tecnologia e la modernizzazione sono un passaggio obbligato, con investimenti mirati in automazione, formazione e competenze digitali.
Serve poi una politica del lavoro che punti a far crescere la qualificazione della forza lavoro e a offrire condizioni più stimolanti per trattenere i talenti e favorire l’innovazione. Incentivi fiscali e sostegni all’imprenditoria potrebbero spingere verso nuovi modelli produttivi e lo sviluppo di settori ad alto valore aggiunto.
Fondamentale anche rivedere i percorsi formativi e rafforzare l’orientamento professionale, per far combaciare meglio domanda e offerta di lavoro. Aprirsi al mercato globale richiede alle imprese e ai lavoratori flessibilità e capacità di adattarsi.
Un monitoraggio costante e un dialogo tra istituzioni, aziende e sindacati saranno la chiave per mettere a punto strategie efficaci e sostenibili. Gli anni che vengono saranno decisivi per capire se l’Italia riuscirà a trasformare la crescita degli occupati in vero sviluppo e competitività duratura.
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