Ci sono casi in cui il datore di lavoro trattiene lo stipendio perché glielo consente la legge ma purtroppo non mancano quelli illegali
La legge prevede che in alcuni casi il datore di lavoro possa riprendere parte dello stipendio. Non si riferiamo alla vergognosa e illegale pratica di farsi restituire in contanti dal lavoratore una quota versata legalmente sul conto, per eludere il Fisco e sottrarre soldi al lavoratore (che può denunciare per estorsione), ma quando il dipendente deve pagare una sanzione o risarcire un danno causato.
L’ipotesi più frequente di trattenuta è quando un creditore del lavoratore pignora lo stipendio di quest’ultimo, come prevede il Codice di Procedura Civile. Il tutto inizia con la notifica di un atto all’azienda datrice di lavoro, a mezzo dell’ufficiale giudiziario quando c’è stata una condanna giudiziale. A quel punto, già dal mese successivo, il datore effettua la trattenuta sullo stipendio.
Come detto un’ipotesi frequente è quando il datore avvia un procedimento disciplinare nei confronti del dipendente pe violazione del contratto o ad esempio del codice di comportamento aziendale. Ma prima di fare ciò il datore deve avviare la procedura di contestazione nella quale il dipendente viene avvisato che nei suoi confronti c’è un addebito e che ha la possibilità di presentare delle memorie difensive.
C’è poi il risarcimento dei danni procurati dal lavoratore ma solo dopo che si è conclusa la causa civile con la quantificazione del danno da parte del giudice.
Altri ipotesi non poco frequente è quando l’azienda abbia computato l’assenza del dipendente a titolo di ferie anche oltre i giorni da questi maturati, chiedendo al dipendente il risarcimento in modo assolutamente illegittimo. Ciò che invece può fare il datore in caso di assenza ingiustificata è avviare la procedura di licenziamento per giusta causa.
La restituzione dello stipendio sotto minaccia del datore, per avere un illecito guadagno. Se il lavoratore non restituisce i soldi in contanti ottenuti via bonifico, il datore minaccia il licenziamento. È un chiaro caso di estorsione da parte del datore che il lavoratore può denunciare. Se il licenziamento avviene proprio perché il lavoratore a buon motivo si rifiuta di restituire i soldi, il giudice può annullare il licenziamento, ovviamente provando che questi non era dovuto a una giusta causa ma una minaccia del datore. Minaccia che gli può costare da 5 a 10 anni di galera.
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